A cosa serve. Ogni dato macro che esce sul calendario ha tre livelli di lettura: cosa misura, cosa vuol dire il numero che e' uscito e cosa fa il mercato di conseguenza. Qui trovi i tre livelli per ogni indicatore, insieme alle soglie di riferimento, agli errori di lettura piu' comuni e agli altri dati con cui va incrociato.
Come si usa. Cerca il dato che ti interessa, oppure filtra per area geografica e per tipo. Se non sai da dove partire, apri la tab Come si legge un dato: il metodo vale per tutti gli indicatori, il dizionario e' il riferimento su cui applicarlo.
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Gli indicatori cambiano, il modo di leggerli no. Queste sono le sette regole che trasformano un numero su un calendario in una informazione utilizzabile. Valgono per il CPI americano come per il Tankan giapponese.
Un dato di inflazione al 3% non e' ne' buono ne' cattivo: dipende da cosa il mercato aspettava. Se il consenso era 3,3% quel numero e' una sorpresa al ribasso e i rendimenti scendono. Se era 2,7% e' una sorpresa al rialzo e succede l'opposto. Il numero da cui partire e' sempre il consenso, cioe' la media delle stime degli analisti che trovi sul calendario economico.
Questo spiega una cosa che a prima vista sembra assurda: un dato oggettivamente brutto che fa salire i mercati. Non e' irrazionalita', e' semplicemente un dato meno brutto del previsto. Chi opera i rilasci lavora su questa distanza, non sul valore assoluto.
Prima di ogni dato importante scriviti tre numeri: il consenso, il dato precedente e il livello oltre il quale cambieresti idea sul tuo scenario. Se non sai rispondere alla terza domanda, quel dato non lo devi operare.
Ogni serie va letta su tre piani. Il livello dice dove siamo rispetto a un riferimento: il 2% di target, i 50 punti di un PMI, la crescita potenziale. La direzione dice se stiamo migliorando o peggiorando. L'accelerazione dice se il miglioramento sta prendendo velocita' o si sta esaurendo.
Il mercato paga soprattutto la terza. Un'inflazione al 4% che scende di quattro decimi al mese vale piu' di una al 3% ferma da sei mesi, perche' la prima ha una traiettoria e la seconda no. E' il motivo per cui si annualizzano le variazioni su tre e sei mesi: servono a vedere il ritmo attuale, che il dato anno su anno nasconde dentro dodici mesi di storia.
Quasi tutti gli indicatori di inflazione hanno due versioni: quella che include tutto e quella che esclude le componenti piu' volatili, tipicamente alimentari ed energia. Non e' che la benzina non conti: e' che la banca centrale non puo' fare politica monetaria sul prezzo del petrolio, perche' non lo controlla e perche' i suoi movimenti si invertono.
La stessa logica si applica altrove. Nelle vendite al dettaglio si guarda il control group; negli ordini di beni durevoli i beni capitali esclusa la difesa; nei salari il dato al netto dei bonus. La regola generale: cerca sempre la versione del dato da cui e' stato tolto il rumore, perche' e' quella che guardano le istituzioni che muovono i tassi.
Un dato ha valore diverso a seconda di quando vede il ciclo economico. I sondaggi guardano avanti perche' registrano le intenzioni, la produzione registra il presente, la disoccupazione arriva quando la contrazione e' gia' avvenuta. Costruire una vista macro significa mettere in fila i tre gruppi: gli anticipatori dicono cosa sta arrivando, i coincidenti confermano, i ritardati chiudono la storia.
Il paradosso da tenere presente: i dati che il mercato paga di piu' sono spesso quelli piu' in ritardo, perche' sono quelli su cui la banca centrale ha scritto il proprio mandato. Il che vuol dire che si puo' avere ragione sul ciclo e torto sul prezzo per diversi mesi.
Quasi ogni dato macro e' una stima che viene corretta. L'NFP rivede i due mesi precedenti a ogni pubblicazione, il PIL americano esce in tre versioni successive, il PIL europeo viene rivisto per anni. Quando le revisioni sono sistematicamente negative per diversi mesi, l'economia e' piu' debole di quanto i titoli abbiano raccontato: la revisione e' informazione a costo zero che quasi nessuno guarda.
Da questa regola ne deriva una operativa: quando un dato precedente viene rivisto verso il basso, un dato attuale in crescita rispetto al nuovo valore rivisto puo' essere piu' debole di quanto sembri. Le percentuali si calcolano su una base che e' cambiata.
Nessun dato macro muove direttamente un cambio o un indice: passa sempre dalle aspettative sui tassi. Capire questa catena serve a prevedere non solo la direzione ma anche quale mercato si muove per primo e di quanto.
Il rendimento a due anni e' il traduttore piu' pulito di un dato macro, perche' e' la scadenza che incorpora le prossime decisioni di politica monetaria. Se un dato esce forte e il due anni non si muove, il mercato non ci ha creduto: e' un segnale piu' affidabile della reazione dell'azionario.
Lo stesso dato produce reazioni opposte a seconda di cosa il mercato sta temendo in quel momento. Quando la paura e' l'inflazione, un dato di crescita forte fa scendere l'azionario, perche' significa banca centrale piu' restrittiva. Quando la paura e' la recessione, lo stesso dato lo fa salire, perche' significa utili che tengono.
Il modo pratico per capire in che regime siamo e' guardare la correlazione tra azioni e obbligazioni. Se scendono insieme, il mercato ha paura dei tassi e quindi delle notizie buone sull'economia. Se si muovono in direzioni opposte, siamo nel regime normale in cui la crescita e' benvenuta. E' il controllo da fare prima di decidere come reagire a un dato, non dopo.
Queste regole spiegano la reazione tipica, non garantiscono quella di domani. Un dato esce dentro un contesto: posizionamento degli operatori, liquidita', notizie in corso. Un CPI sotto le attese durante uno shock geopolitico puo' non muovere nulla. Il metodo serve a formulare l'aspettativa, non a eliminare il rischio di sbagliarla.
Il riferimento rapido da tenere aperto quando esce un dato: le soglie che contano, il calendario tipico di un mese, quale dato muove quale mercato e chi pubblica cosa. Tutte le voci sono cliccabili e portano alla scheda completa nel dizionario.