Mercoledì 16 la Fed, giovedì 17 la Bank of England, venerdì 18 la Bank of Japan. Tre riunioni in tre sedute consecutive, tutte e tre con una mossa possibile e nessuna con l'esito scontato allo stesso modo: il rialzo Fed è prezzato all'83%, quello giapponese all'88%, mentre a Londra il mercato vede l'hold al 73%. Il mercoledì da solo vale una settimana intera: alle 7 esce il CPI britannico di agosto, il dato che decide il voto dell'MPC il giorno dopo; alle 14:30 le vendite al dettaglio americane; la sera la Fed con le nuove proiezioni e il dot plot. Il contesto in cui tutto questo atterra è cambiato nel fine settimana. Il decennale americano è al 4,96%, dentro la fascia dei massimi del 2023 fra 4,816% e 5,027%, e stamattina il petrolio guadagna quasi il 3% tornando sopra 102 dollari. Gli indici aprono in rosso, l'oro scende con loro e il rame perde l'1,2%: non è una fuga dal rischio per paura di recessione, perché in quel caso i bond salirebbero e l'oro pure. È il prezzo dell'energia che rimette in discussione il percorso dei tassi di tutti e tre gli istituti nello stesso momento.
Fed mercoledì, BoE giovedì, BoJ venerdì. Ma il prezzo si è mosso prima, e dice una cosa sola
Una settimana con tre banche centrali di peso in tre sedute consecutive è rara. Che arrivino tutte e tre con il mercato che prezza una stretta o la discute seriamente non succedeva da anni, e vale la pena fermarsi un attimo su quanto è cambiato il mondo: dodici mesi fa la domanda su ognuna di queste riunioni era quanti tagli sarebbero arrivati.
Il punto della settimana però non sono le tre decisioni prese una per una, è quello che il prezzo sta già dicendo prima che si aprano le riunioni. Il decennale americano ha chiuso la settimana scorsa al 4,96%, dentro la fascia compresa fra 4,816% e 5,027% che è la zona dei massimi del 2023, il picco del ciclo precedente. Stamattina il petrolio guadagna quasi il 3% e torna sopra 102 dollari. Gli indici americani aprono tutti in rosso, con il Nasdaq a -1,47% sotto il minimo della settimana scorsa. E l'oro scende con loro, -0,62%, insieme al rame a -1,17%.
Quest'ultimo dettaglio è quello che qualifica la settimana, e va letto con attenzione perché è controintuitivo. Quando le azioni scendono per paura di recessione, i titoli di Stato salgono e l'oro pure: sono i due rifugi classici. Qui succede l'opposto, i rendimenti salgono e l'oro scende insieme alle azioni. Vuol dire che il mercato non sta scontando meno crescita, sta scontando tassi reali più alti più a lungo, e con l'energia che rincara è esattamente la reazione coerente. Un metallo che non paga cedola perde appeal quando il rendimento reale sale, e un indice pieno di titoli a duration lunga perde valore quando il tasso di sconto sale. Il petrolio a +2,9% è la causa, tutto il resto della pagina è la conseguenza.
Sul valutario la fotografia delle ultime due settimane racconta la stessa storia da un'altra angolazione. Lo yen è primo con un distacco enorme, +2,53%, in un mercato che prezza all'88% il rialzo giapponese di venerdì. In fondo c'è il dollaro neozelandese a -2,03%, che paga il tono morbido con cui la RBNZ ha accompagnato il rialzo del 2 settembre. In mezzo, schiacciate in poco più di mezzo punto, ci sono tutte le altre: euro +0,21%, dollaro +0,16%, dollaro canadese -0,23%, sterlina -0,25%, dollaro australiano -0,29%. È un mercato che ha già scelto due storie, Tokyo e Wellington, e su tutto il resto aspetta.
| Giorno | Evento | Rilevanza |
|---|---|---|
| Mar 15 | Giornata senza appuntamenti di prima fascia: serve a posizionarsi sul mercoledì | Bassa |
| Mer 16 | CPI britannico di agosto, ore 7:00 (ONS). È il dato che decide il voto dell'MPC il giorno dopo | Alta |
| Mer 16 | Vendite al dettaglio USA di agosto, ore 14:30 (Census Bureau) | Media |
| Mer 16 | Decisione Fed con proiezioni economiche e dot plot. Rialzo +25bp prezzato all'83% | Alta |
| Mer 16 | Entrano in vigore i nuovi tassi BCE decisi il 10 settembre: deposito al 2,50% | Bassa |
| Gio 17 | Decisione Bank of England. Hold al 73%, rialzo al 27%. Nessun Monetary Policy Report | Alta |
| Ven 18 | Decisione Bank of Japan, chiusura della riunione del 17-18. Rialzo prezzato all'88% | Alta |
Rialzo all'83%, ma la notizia vera sarà il dot plot: quanto lavoro pensa di avere ancora davanti Warsh
L'11 settembre il CPI americano di agosto ha chiuso la discussione. L'indice è salito dello 0,4% sul mese, il dato annuo è rimasto al 3,4% e il core ha accelerato a +0,3% mensile, un decimo sopra le attese, con il 2,4% annuo. Oltre un terzo dell'aumento mensile viene da una sola voce: la benzina, a +3,9% sul mese e +27,4% sull'anno. Gli alimentari sono saliti dello 0,1% per il secondo mese di fila.
Quel numero arriva dopo i payroll di agosto del 4 settembre, che avevano già tolto alla Fed l'alibi del mercato del lavoro: 162.000 posti contro le 56.000 attese, il mese migliore da marzo, con giugno e luglio rivisti al rialzo di 55.000 complessivi. La sequenza è quindi completa e va tutta nella stessa direzione: occupazione che tiene, inflazione che non scende, energia che rincara. La probabilità di un rialzo da 25 punti base è passata da circa il 70% del giorno prima del CPI a oltre l'80%, con il FedWatch all'85,5% il 12 settembre e i modelli costruiti sulla curva all'83%.
Se la decisione è quasi data, la parte che muove i prezzi è un'altra. Questa è una delle riunioni con le proiezioni economiche aggiornate e il dot plot, e il dot plot è il documento che dice quanti rialzi il comitato vede dopo questo. Il precedente diceva una cosa in un mondo in cui il mercato del lavoro stava cedendo; quel mondo è durato tre settimane. A luglio Hammack, Kashkari e Logan avevano già votato per alzare subito, contro il resto del comitato: era il primo dissenso multiplo dell'era Warsh. Se il nuovo dot plot mostra che quella minoranza è diventata maggioranza anche sul percorso, e non solo sulla mossa di mercoledì, il tratto lungo della curva ha ancora spazio per salire.
C'è infine il dettaglio di calendario che rende la giornata pesante due volte. Alle 14:30, diverse ore prima della Fed, escono le vendite al dettaglio americane di agosto. Con la benzina a +27,4% annuo il dato nominale sarà gonfiato proprio dalla voce che sta creando il problema: leggerlo senza scorporare l'energia porta fuori strada, e nella prima mezz'ora il mercato lo leggerà senza scorporare niente.
Alla BoE l'hold è al 73% ma era al 90% una settimana fa. Alla BoJ il rialzo lo danno per fatto tutti e 52 gli analisti
La Bank of England arriva a giovedì con il Bank Rate al 3,75%, fermo dal taglio del 18 dicembre 2025, e con un comitato spaccato: il 30 luglio il voto è stato 6-3, con Pill, Greene e Mann che chiedevano il 4,00%. Per alzare giovedì servirebbero due conversioni. Il mercato dice che non arrivano, ma dice molto meno di prima: la probabilità di un rialzo è passata dal 10% scarso di inizio settembre al 27% attuale.
A muoverla è stato il PIL di luglio dell'11 settembre. L'economia britannica è cresciuta dello 0,4% sul mese contro una stima di crescita zero, dopo il +0,3% di giugno, con l'annuo salito all'1,6% dall'1,1% e i servizi a +0,6% nei tre mesi a luglio. Produzione e costruzioni restano in calo dello 0,5%, ma il messaggio complessivo toglie l'argomento a chi sosteneva che l'economia fosse troppo debole per reggere una stretta. Il vero snodo però è mercoledì mattina alle 7, quando esce il CPI di agosto: a luglio l'headline era risalito al 2,9% mentre l'inflazione dei servizi scendeva dal 3,6% al 3,4%. Se quel divario si mantiene, il comitato ha la giustificazione per aspettare novembre, che è anche l'unica delle due riunioni con il Monetary Policy Report completo. Se invece i servizi risalgono, i tre dissenzienti possono diventare cinque nel giro di ventiquattr'ore.
Tokyo è il caso opposto. Nel sondaggio Bloomberg dell'11 settembre tutti e 52 gli analisti interpellati si aspettano il rialzo al termine della riunione del 17-18, e il mercato lo prezza all'88%. Ueda ha detto pubblicamente che un rialzo è sul tavolo a ogni riunione, compresa questa, e il 3 settembre Takata aveva chiesto di muoversi con prontezza. Il tasso overnight passerebbe dall'1,00% all'1,25%, sopra un massimo dal 1995 già toccato a giugno.
Quando una decisione è prezzata all'88% il movimento non sta nella decisione, sta nel resto. Nel caso giapponese il resto sono due cose. Il ritmo, perché il 93% degli intervistati vede già una mossa ulteriore entro gennaio e circa un terzo la colloca a dicembre, il che vorrebbe dire abbandonare la cadenza semestrale tenuta finora. E il cambio, con lo yen che è la valuta più forte delle ultime due settimane e le autorità giapponesi già intervenute a fine luglio sopra quota 163. Uno yen che si rafforza sull'attesa è uno yen che può vendere la notizia: è la trappola tecnica della settimana.
Rialzo all'unanimità al 2,50%, inflazione di fondo rivista al rialzo fino al 2028, e ottobre che resta aperto
L'Europa è l'unica delle grandi aree che questa settimana non decide niente, perché ha già deciso. Il 10 settembre la BCE ha alzato i tre tassi di 25 punti base, portando il deposito al 2,50%, il rifinanziamento principale al 2,65% e il marginale al 2,90%, con decorrenza proprio da mercoledì 16. È il secondo rialzo del 2026 dopo quello dell'11 giugno, e a differenza di giugno è passato all'unanimità. Lagarde lo ha definito in conferenza stampa un no brainer, aggiungendo che regge in tutti e tre gli scenari mappati dallo staff.
La decisione era attesa dopo la stima flash del 1 settembre, che aveva portato l'inflazione di agosto al 3,3% dal 2,9% di luglio con l'energia a +14,3% annuo. La parte che non era prezzata sono le proiezioni. Lo staff lascia l'inflazione 2026 al 3,0% ma alza il 2027 al 2,5%, due decimi sopra giugno, e il 2028 al 2,1%. Soprattutto rivede al rialzo la componente di fondo, quella al netto di energia e alimentari, sia per il 2027 al 2,6% sia per il 2028 al 2,3%. È il segnale che conta davvero: lo shock energetico non sta più solo alzando la bolletta, sta iniziando a passare nel resto del paniere.
Sulla crescita la revisione va nella direzione opposta e rende la stretta più difendibile: PIL allo 0,9% nel 2026, un decimo sopra giugno, 1,4% nel 2027, due decimi sopra, e 1,5% nel 2028. Un'economia che accelera mentre l'inflazione di fondo viene rivista al rialzo è la combinazione che toglie le scuse a una banca centrale.
Resta il seguito, ed è la parte contesa. Lagarde non si è impegnata su niente, ripetendo di non poter anticipare la prossima mossa, ma secondo Bloomberg diversi membri del Consiglio si aspettano altra stretta e considerano ottobre già in gioco. Il pricing di mercato sul 29 ottobre è però tutto fuorché univoco: le stime pubblicate vanno dal 29% a oltre il 90% a seconda della fonte, e una curva verificata su quella riunione non esiste ancora. Su questa scadenza conviene guardare le parole dei membri del Consiglio nelle prossime tre settimane più che il numero.
Sopra 5,027% non c'è più nessuna struttura fino al 2007. E il petrolio a +2,9% spinge da sotto
Se in questa settimana si può guardare un grafico solo, è quello del rendimento decennale americano. Sul settimanale il prezzo è al 4,963% e ha appena rotto al rialzo il bordo inferiore di una fascia larga poco più di venti punti base, fra 4,816% e 5,027%, che è la zona in cui si è fermato il picco del ciclo 2023. Entrambe le medie mobili sono in salita e il prezzo viaggia molto sopra: sulla scala settimanale il trend non è in discussione.
Il bordo superiore di quella fascia, 5,027%, è il livello della settimana in assoluto. Sopra, guardando indietro sul grafico, non c'è nessuna struttura intermedia prima dei livelli del 2007: una chiusura settimanale sopra quel punto aprirebbe uno spazio senza riferimenti, ed è il tipo di configurazione in cui i movimenti accelerano invece di rallentare. Sotto, il primo riferimento che rimette le cose a posto è il rientro sotto 4,816%.
La spinta da sotto arriva dal petrolio. Il WTI stamattina guadagna il 2,92% a 102,91 dollari, con la media a 21 periodi in salita ripida sotto il prezzo a quota 99,00. Non è un rimbalzo dentro un movimento laterale, è la continuazione di una salita che sul grafico parte dai 91 dollari. Finché l'energia sale, tutte e tre le banche centrali di questa settimana hanno lo stesso problema e nessuna di loro ha uno strumento per risolverlo.
Il resto della mappa si spiega da sé una volta fissati questi due. Gli indici americani scendono tutti, ma non nella stessa misura, e l'ordine dice qualcosa: Nasdaq -1,47%, S&P 500 -0,61%, Russell -0,25%. Più un indice è fatto di titoli con utili lontani nel tempo, più soffre quando il tasso di sconto sale: è la firma di un movimento guidato dai tassi, non dalla recessione. Se fosse paura di recessione il Russell delle piccole capitalizzazioni sarebbe il più colpito, non il meno.
Sul Nasdaq però i motori sono due, e vanno tenuti distinti. Nel fine settimana i vertici delle principali aziende di intelligenza artificiale hanno chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati: Dario Amodei di Anthropic ha annunciato misure di sicurezza aggiuntive e Sam Altman ha appoggiato la proposta, aggiungendo che OpenAI non si quoterà quest'anno. SoftBank, principale finanziatore di OpenAI, ha chiuso a Tokyo a -10,7%. È una spinta che arriva da dentro il settore e non dalla curva dei tassi, e oggi si somma alla prima. Il modo per separarle nei prossimi giorni è guardare proprio il Russell: finché le piccole capitalizzazioni tengono meglio, comanda il canale dei tassi e la lettura di questa pagina regge. Se cominciassero a perdere di più, il mercato avrebbe cambiato idea sulla natura del problema, e allora andrebbe riletto tutto.
L'oro completa il quadro scendendo dello 0,62% sotto la sua media, e il rame perde l'1,17% rompendo il minimo della settimana scorsa. Il rame è il ponte fra le due letture, perché ha una componente industriale che risponde al ciclo e una finanziaria che risponde a dollaro e tassi reali. Che scenda insieme all'oro mentre il petrolio sale riporta alla stessa conclusione: il mercato sconta politica monetaria più dura, non domanda più debole.
Sul valutario stamattina il dollaro è comprato contro tutto: l'euro future perde lo 0,36% rompendo il minimo settimanale, l'aussie lo 0,41% facendo la stessa cosa, la sterlina lo 0,21% in modo più ordinato. L'eccezione resta lo yen, che ha una banca centrale che alza venerdì e un ministero del Tesoro già intervenuto una volta a luglio.
Grafici del lunedì mattina 14 settembre. Il timeframe è dichiarato nel badge di ogni scheda: H4 sui future, Daily sul DAX, Settimanale sul decennale. I livelli sono riferimenti di settimana, non di sessione
È il grafico che comanda la settimana. Il rendimento ha rotto al rialzo il bordo basso della fascia 4,816% - 5,027%, che sul settimanale corrisponde alla zona dove si è fermato il picco del ciclo precedente nell'autunno 2023. Le due medie sono entrambe rivolte verso l'alto e il prezzo viaggia molto sopra la più veloce: sulla scala di questo grafico non c'è ambiguità di direzione, c'è solo la questione di dove si ferma.
Il punto operativo è il tetto a 5,027%. Guardando il grafico all'indietro, sopra quel livello non è tracciata nessuna struttura intermedia: il riferimento successivo sta nella storia precedente al 2008. Una chiusura settimanale sopra apre quindi uno spazio senza appoggi, che è la condizione in cui i movimenti tendono ad accelerare. Vale la pena notare che la settimana in corso ha ancora quattro giorni e mezzo davanti, e dentro ci stanno tre banche centrali.
Il petrolio è la causa di quasi tutto il resto della pagina, e stamattina aggiunge quasi tre punti percentuali. La struttura è pulita: media a 21 periodi in salita ripida sotto il prezzo, che non è mai tornato a testarla nelle ultime sedute, e una successione di nodi a basso volume superati uno dopo l'altro, da 94,77 a 97,82 a 100,77. Il prezzo lavora ora sopra tutti e tre, appena sotto il massimo della settimana scorsa.
Per la settimana il riferimento è 104,70. Sopra, il grafico non mostra struttura vicina e il movimento avrebbe spazio; sotto, il primo livello che segnala un rallentamento vero è il rientro sotto 100,77, perché riporterebbe il prezzo dentro l'area dove il mercato ha scambiato di più. Finché questo grafico sale, il decennale americano ha un motivo per salire e tutte e tre le banche centrali di questa settimana hanno lo stesso problema in agenda.
È l'indice che sta pagando di più, e non è un caso. Il prezzo ha rotto il minimo della settimana scorsa in apertura e si è fermato appena sopra il nodo a basso volume mensile a 28.927,25, che è l'ultimo riferimento prima di una zona in cui il grafico non mostra scambi densi. La media a 21 periodi è sopra il prezzo e ha invertito la pendenza: sulle ultime sedute il tentativo di recupero verso 29.500 si è esaurito contro di lei.
La logica di questo grafico è quella del tasso di sconto, non quella degli utili. Un indice costruito su società i cui profitti stanno lontano nel tempo perde valore quando il rendimento a dieci anni sale di venti punti base in una settimana. A questo si aggiunge però un secondo motore, arrivato nel fine settimana: l'appello dei vertici dell'industria dell'intelligenza artificiale a rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati, con SoftBank giù del 10,7% a Tokyo. Le due spinte oggi vanno nella stessa direzione ma hanno cause diverse, e la differenza conta. Il livello da guardare è 28.927,25: sotto, la struttura si apre; sopra, il primo segnale di stabilizzazione è il rientro a 29.279,50. Fra mercoledì e venerdì ci sono tre riunioni che possono fare entrambe le cose.
L'S&P racconta la stessa storia del Nasdaq ma con un'intensità dimezzata, ed è utile proprio per questo: la differenza fra i due misura quanto del movimento dipende dalla duration e quanto dal mercato in generale. Il prezzo è appena sotto la media a 21 periodi, che è passata sopra di lui e ha invertito la pendenza, e lavora fra il nodo a basso volume 7.653,75 sopra e il bordo inferiore dell'area di alto volume a 7.585,75 sotto.
Quei due livelli delimitano la settimana. Finché il prezzo resta dentro, siamo nel normale assestamento dopo il massimo della settimana scorsa a 7.730 e non c'è una struttura da difendere. Sotto 7.585,75 il quadro cambia, perché il prezzo uscirebbe dalla zona in cui il mercato ha accettato di scambiare di più e resterebbe senza appoggi ravvicinati. Sopra 7.653,75 il ribasso di stamattina rientra nella categoria del rumore di apertura.
Il Russell perde un quarto di punto contro l'uno e mezzo del Nasdaq, e questa è l'informazione che vale più del livello. Il prezzo è ancora dentro l'area di alto volume, appoggiato al suo bordo inferiore a 2.887,8, e non ha rotto il minimo della settimana scorsa come hanno fatto Nasdaq, euro e aussie.
Le piccole capitalizzazioni americane sono l'indice più sensibile al ciclo economico interno e il meno sensibile alla duration degli utili. Che sia il più resistente in una giornata come questa conferma la lettura generale: il mercato non sta scontando meno crescita. Se nei prossimi giorni l'ordine si invertisse, cioè se il Russell cominciasse a perdere più del Nasdaq, allora la storia cambierebbe e diventerebbe una storia di recessione. Per ora il livello da sorvegliare è 2.887,8.
Il DAX è l'unico indice della pagina la cui struttura di medio periodo resta intatta. Il prezzo si è ritirato dai massimi di inizio settembre intorno a 26.700 ed è ora incastrato fra le due medie: quella lenta, in salita, gli fa da pavimento poco sotto, mentre quella veloce si è girata in discesa e gli fa da soffitto a circa 25.950. Il canale ascendente che regge il movimento da aprile non è stato toccato.
Questa è la configurazione classica di una correzione dentro un trend, e si risolve in uno dei due modi. O il prezzo recupera 25.750 e poi la media veloce, e il canale riprende; oppure perde il livello a 25.250, che è anche dove passa la media lenta, e allora la correzione diventa qualcosa d'altro. Da notare che l'Europa è l'unica area senza riunioni questa settimana, quindi il DAX si muoverà soprattutto per riflesso di quello che succede a Washington mercoledì sera.
L'oro sta esattamente sopra il nodo a basso volume mensile intorno a 4.361, dopo una discesa che lo ha portato dai 4.490 della settimana scorsa fino a 4.332 e poi in un recupero parziale. La media a 21 periodi è sopra il prezzo, in discesa, e il grafico mostra che tutti i tentativi di rientro nell'area di alto volume si sono fermati contro il suo bordo inferiore a 4.405,7.
Il punto interessante non è tecnico ma di contesto. Un metallo rifugio che scende nello stesso giorno in cui scendono le azioni sta dicendo che il driver del momento non è la paura, è il costo opportunità: con il decennale americano al 4,96% e in rottura, tenere un asset che non paga cedola costa di più ogni settimana che passa. Questa relazione si spezza solo se mercoledì la Fed alza ma accompagna la mossa con un messaggio che chiude il ciclo, ed è lo scenario in cui questo grafico cambia più in fretta di tutti gli altri.
Il rame è il grafico più deteriorato della pagina. Dal massimo settimanale a 6,8940 il prezzo è sceso con una candela unica l'11 settembre, passando da 6,79 a 6,55 senza appoggi intermedi, e stamattina ha rotto anche il minimo della settimana scorsa. Ora lavora praticamente sul minimo del mese, con la media a 21 periodi quasi due punti percentuali sopra.
Il rame è l'asset che tiene insieme le due letture possibili di questa settimana, perché risponde sia al ciclo industriale sia al dollaro e ai tassi reali. Che scenda insieme all'oro punta sul secondo dei due canali. Ma è anche il grafico da tenere d'occhio se la lettura dovesse cambiare: un rame che continua a scendere mentre il petrolio sale è la combinazione che nel tempo diventa un problema di domanda, e a quel punto la storia non sarebbe più quella dei tassi.
L'euro è il grafico che più di ogni altro mostra chi comanda. La BCE ha alzato i tassi il 10 settembre, all'unanimità, con proiezioni riviste al rialzo sull'inflazione di fondo: sono tutte notizie che sostengono la valuta. Eppure il future ha perso l'intera area di alto volume, ha rotto il minimo della settimana scorsa e stamattina lavora sotto tutti i riferimenti tracciati, con la media a 21 periodi più di sessanta punti sopra.
Significa che il movimento non nasce da questo lato dell'Atlantico. È il dollaro comprato per via del decennale che rompe al rialzo, e l'euro lo subisce come lo subiscono sterlina e aussie nelle due schede successive. La conseguenza operativa è che questo grafico non si sbloccherà prima di mercoledì sera: sopra 1,16195 il quadro torna neutro, sotto 1,16110 in chiusura la discesa ha ancora spazio perché sotto il grafico non mostra nodi densi.
La sterlina scende meno di euro e aussie e, soprattutto, non ha rotto niente: il prezzo lavora dentro un range fra 1,3474 e 1,3529, con la media a 21 periodi appena sopra il bordo alto. È il grafico più ordinato fra le tre valute della pagina, e non è un caso, perché è anche l'unica delle tre la cui banca centrale potrebbe alzare i tassi giovedì.
Questa scheda va guardata due volte nella settimana. La prima mercoledì alle 7, quando esce il CPI britannico di agosto: se l'inflazione dei servizi risale, la probabilità del rialzo sale sopra il 27% attuale e il range si rompe verso l'alto. La seconda giovedì sul comunicato, dove il numero che conta non è la decisione ma il conteggio dei voti, perché passare da 6-3 a 5-4 varrebbe per il cambio più della decisione stessa.
L'aussie è la valuta che perde di più stamattina fra le tre della pagina e ha lo scenario tecnico più definito. Ha rotto il minimo della settimana scorsa e sotto di lui, a 0,71095, il grafico segnala un punto di controllo mai più toccato dopo essersi formato. Un livello di quel tipo tende a comportarsi da obiettivo, perché rappresenta un prezzo dove si è scambiato molto e verso cui il mercato torna a cercare controparte.
La distanza fra il prezzo attuale e quel punto è di circa venti pip, quindi non è uno scenario lontano: è il tipo di movimento che una sola apertura americana può completare. Sopra, il primo livello che toglierebbe forza al ribasso è 0,71645, il bordo basso dell'area di alto volume, e più in alto c'è la media a 21 periodi. La RBA non decide questa settimana ma il 29 settembre, con un rialzo prezzato al 79%: è la ragione per cui questo grafico è più sensibile del solito a qualunque dato americano che sposti il differenziale.
La classifica ha due estremi netti e un centro compresso. Lo yen guida di oltre due punti e mezzo, il che a due settimane di distanza è un movimento di trend e non di rumore: è il mercato che si posiziona sul rialzo di venerdì e, insieme, sul rischio che le autorità giapponesi intervengano ancora sul cambio. Il kiwi è dall'altra parte per il motivo opposto, perché la RBNZ ha alzato accompagnando la mossa con un messaggio più morbido della mossa stessa.
Il dato operativo è l'ampiezza del centro. Fra euro e dollaro australiano, cioè fra la seconda e la sesta, ci sono cinquanta punti base scarsi: sei valute su otto sono ferme. È il tipo di compressione che un calendario come quello di questa settimana tende a sciogliere di colpo, e spiega perché i grafici dell'euro, della sterlina e dell'aussie qui sotto si assomiglino tutti così tanto.