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REPORT DEL GIORNO  ·  2026-08-19
Market Insights Weekly - UK inflation set to rise, but second-round effects limited
Lloyds Bank Market Insights Jeavon Lolay, Hann-Ju Ho, Nikesh Sawjani, Gajan Mahadevan, Nicholas Kennedy, Sam Hill, Karim Henide 14 agosto 2026 Macro & Economia Rilevanza Alta
UK CPIBank of EnglandFedPetrolio
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MESSAGGIO CHIAVE

L'inflazione nel Regno Unito sta per risalire, spinta dall'aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente, ma senza che i prezzi si stiano diffondendo a tutta l'economia: è un'inflazione da energia, non strutturale. La Banca d'Inghilterra non ha quindi urgenza di alzare i tassi di interesse, e lo stesso vale per la Federal Reserve americana, nonostante i rendimenti dei titoli di Stato restino alti. Chi investe deve tenere d'occhio i dati sul lavoro e sull'inflazione core (quella che esclude cibo ed energia) in uscita la settimana prossima.

Analisi Approfondita
Il quadro generale: energia e geopolitica guidano i prezzi

Lo scenario economico di questa settimana ruota attorno a un fattore preciso: il prezzo del petrolio, ancora sotto pressione per via delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e per l'incertezza sullo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio. Il Brent (il principale indice del prezzo del petrolio grezzo di riferimento europeo) si trova intorno a 90 dollari al barile, lontano dai picchi di aprile scorso quando aveva toccato 125 dollari durante le fasi più acute del conflitto in Medio Oriente. Questo aumento dei prezzi energetici ha già prodotto conseguenze concrete per le famiglie britanniche: il regolatore energetico Ofgem ha alzato il tetto massimo alle bollette del 13%, e questo incremento verrà fotografato nei dati di inflazione di luglio, in uscita la settimana prossima. Lloyds prevede che l'inflazione complessiva (l'indice CPI, che misura quanto costano in media beni e servizi) salga al 3,0% su base annua, rispetto al 2,6% di giugno. Il punto rassicurante è che l'inflazione cosiddetta 'core', quella che esclude cibo ed energia e quindi misura le pressioni di fondo sull'economia, dovrebbe invece restare contenuta intorno al 2,5%, segnalando che il rincaro dei prezzi non si sta ancora propagando a tutto il sistema economico.

La crescita britannica tiene, e sorprende in positivo

Nonostante le tensioni geopolitiche, l'economia britannica ha mostrato una resistenza maggiore del previsto. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL (il Prodotto Interno Lordo, cioè la misura complessiva di tutto ciò che un paese produce) è cresciuto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, dopo un robusto 0,6% nel primo trimestre. A giugno il PIL mensile ha sorpreso ancora al rialzo con un +0,3%, in parte grazie a fattori temporanei come i Mondiali di calcio e il meteo favorevole, ma con segnali incoraggianti anche nei settori non legati ai consumi delle famiglie. Questa solidità economica rafforza la tesi di chi sostiene che la Banca d'Inghilterra non abbia bisogno di alzare i tassi di interesse per combattere l'inflazione: se la crescita regge e l'inflazione è trainata dall'energia (fattore su cui la banca centrale può fare poco), inasprire la politica monetaria rischierebbe di frenare l'economia senza risolvere il problema. I dati sul mercato del lavoro attesi per martedì 19 agosto dovrebbero confermare questa lettura, con la crescita dei salari stabili al 3,4% annuo, un livello coerente con un'inflazione in graduale rientro.

La Fed americana e i rendimenti che non scendono

Negli Stati Uniti, i dati di luglio mostrano che l'inflazione complessiva è scesa al 3,4% annuo (dal 3,5% di giugno), trascinata al ribasso dai prezzi della benzina. L'inflazione core americana ha rallentato al 2,5% annuo, in linea con le aspettative. Questi segnali, uniti a un mercato del lavoro che mostra qualche segnale di debolezza, hanno portato i mercati finanziari a ridimensionare le aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve (la banca centrale americana): la probabilità implicita di un rialzo a settembre è scesa intorno al 30%, e un ulteriore aumento non viene considerato pienamente probabile fino all'inizio del 2027. Eppure, nonostante le attese di tassi stabili, i rendimenti dei Treasury americani a lungo termine (cioè il tasso di interesse che lo Stato americano paga su chi gli presta denaro comprando i suoi titoli di debito a 30 anni) restano elevati, intorno al 5% o oltre. Questo fenomeno è spiegato da quello che gli economisti chiamano 'term premium', ossia il compenso aggiuntivo che gli investitori chiedono per coprire il rischio di inflazione futura e l'aumento del debito pubblico americano. In pratica, anche senza nuovi rialzi della Fed, chi vuole prendere denaro in prestito lo trova ancora costoso, e questo frena sia i consumi che gli investimenti.

Il resto del mondo: BCE più aggressiva, Asia in attesa

In Europa il quadro è diverso: la Banca Centrale Europea sembra più determinata a proseguire con i rialzi dei tassi, dopo aver già alzato a giugno. L'inflazione dell'Eurozona è salita al 2,9% in luglio e potrebbe superare il 3% nei prossimi mesi. Anche la crescita europea nel secondo trimestre ha superato le aspettative, attestandosi a +0,4% trimestrale. Il dato più atteso la settimana prossima per l'Eurozona sarà il PMI flash di agosto (un indice anticipatore dell'attività economica basato su sondaggi tra i responsabili degli acquisti delle aziende: valori sopra 50 indicano espansione, sotto 50 contrazione). In Asia, il Giappone pubblicherà i dati sul PIL del secondo trimestre (atteso a +0,5% trimestrale, cioè +2,0% annualizzato) e sull'inflazione di luglio (prevista in accelerazione all'1,9%). Lo yen debole, nonostante un recente intervento congiunto con le autorità americane per sostenerlo, alimenta l'ipotesi di un rialzo dei tassi anche da parte della Banca del Giappone. La Cina, invece, pubblicherà dati su vendite al dettaglio e produzione industriale di luglio, in un contesto in cui i PMI cinesi hanno già segnalato una perdita di slancio della crescita.

Cosa aspettarsi dalla settimana prossima

La settimana del 17 agosto sarà ricca di dati cruciali. Martedì arriveranno i dati sul mercato del lavoro britannico: il tasso di disoccupazione è atteso in calo al 4,7% (dal 4,9%), ma l'attenzione principale sarà sui salari, con la crescita delle retribuzioni nel settore privato prevista in leggero calo al 2,7% (dal 2,8%), segnale che le pressioni inflazionistiche interne si stanno attenuando. Mercoledì sarà la volta del CPI di luglio per il Regno Unito, con il dato headline atteso al 3,0% e il core al 2,5%: un'inflazione più alta ma concentrata nell'energia, non nel cuore dell'economia. Sempre mercoledì verranno pubblicati i verbali della riunione di luglio della Fed (i cosiddetti FOMC Minutes), che riveleranno quanto ampio sia il fronte dei funzionari favorevoli a un ulteriore rialzo dei tassi, tre dei quali avevano già votato in quel senso. Venerdì, infine, i PMI flash di agosto per UK, Eurozona e USA offriranno un primo segnale su come le imprese stanno vivendo il mese corrente, in un contesto di tensioni geopolitiche ancora irrisolte e pressioni energetiche persistenti.

Implicazioni per i Mercati

Per chi investe, il quadro che emerge da questo report è di un'inflazione britannica in rialzo ma per ragioni ben circoscritte (l'energia), senza segnali preoccupanti di propagazione all'economia più larga: questo riduce la probabilità che la Banca d'Inghilterra alzi i tassi a breve, il che è tendenzialmente positivo per i titoli di Stato britannici (Gilt) e per i settori azionari sensibili ai tassi come quello immobiliare e delle utility. Sul fronte americano, la Fed sembra orientata alla pausa, ma i rendimenti a lungo termine restano elevati (intorno al 5,25% sul Treasury a 30 anni): chi detiene obbligazioni a lunga scadenza deve tenere conto di questo rischio, mentre chi cerca rendimento fisico trova nel mercato dei titoli di Stato americani livelli storicamente interessanti. Da monitorare con attenzione nella settimana del 17 agosto: i verbali della Fed (mercoledì), che riveleranno quanto forte sia la corrente 'falco' (favorevole a rialzi) all'interno del comitato, e i dati CPI del Regno Unito, che se sorprendessero al rialzo rispetto al 3,0% atteso potrebbero rimettere in discussione la pausa della Banca d'Inghilterra e spingere in su i rendimenti dei Gilt.

Grafici del Report
Chart 1: UK inflation surprises remain subdued despite supply chain pressures
Chart 1: UK inflation surprises remain subdued despite supply chain pressures
Cosa mostra: Il grafico sovrappone due linee dal 2019 al 2026: una linea scura che rappresenta il Global Supply Chain Pressure Index (un indice delle pressioni sulle catene di approvvigionamento globali, asse destro con valori da -50 a 150) e una linea verde che rappresenta l'UK Inflation Surprise Index (quanto l'inflazione britannica si è discostata rispetto alle previsioni, asse sinistro con valori da -2 a 6). Si vede chiaramente come le pressioni sulle catene di fornitura abbiano raggiunto picchi molto alti intorno al 2021-2022 (oltre 100 sull'asse destro), mentre i valori più recenti, nel 2025-2026, mostrano una risalita delle pressioni globali ma con l'indice delle sorprese sull'inflazione UK che resta in territorio negativo o vicino allo zero.
Implicazione: Questo grafico dice una cosa importante: nonostante le catene di fornitura globali stiano tornando sotto pressione (effetto della crisi in Medio Oriente), l'inflazione britannica continua a deludere al ribasso rispetto alle aspettative, cioè arriva più bassa del previsto. Per chi investe, questo è un segnale che le pressioni inflazionistiche non si stanno ancora radicando nell'economia reale britannica, riducendo l'urgenza di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Banca d'Inghilterra. Un contesto di tassi stabili è generalmente positivo per le obbligazioni (i prezzi salgono quando i tassi non aumentano) e per i settori azionari sensibili ai costi di finanziamento.
Chart 2: Long-term yields rise despite lower Fed rates
Chart 2: Long-term yields rise despite lower Fed rates
Cosa mostra: Il grafico mostra l'andamento di due serie da agosto 2025 ad agosto 2026: il rendimento del Treasury USA a 30 anni (linea verde ondulata, che misura il tasso di interesse sui titoli di Stato americani a lunghissimo termine) e il Fed Funds Rate (linea verde più spessa e piatta, il tasso ufficiale della Fed). L'asse verticale va dal 3,50% al 5,50%. Si vede che il Fed Funds Rate si è mantenuto relativamente stabile intorno al 4,25-4,50%, mentre il rendimento del Treasury a 30 anni ha seguito un percorso ascendente, partendo da circa 4,50% ad agosto 2025 e avvicinandosi a 5,25% nell'agosto 2026, con alcune oscillazioni.
Implicazione: Questo grafico illustra un fenomeno controintuitivo: anche quando la banca centrale americana smette di alzare i tassi, i rendimenti sui titoli a lungo termine possono continuare a salire autonomamente. Questo accade perché gli investitori chiedono un compenso extra (il cosiddetto term premium) per il rischio che l'inflazione rimanga alta a lungo o che il debito pubblico americano continui a crescere. Per chi opera sui mercati, rendimenti alti sui Treasury a lungo termine significano condizioni finanziarie più restrittive per tutti: mutui più cari, credito alle imprese più costoso, pressione sulle valutazioni azionarie. È un livello da monitorare con attenzione nelle prossime settimane.
UK wage pressures set to continue cooling
UK wage pressures set to continue cooling
Cosa mostra: Il grafico copre un arco temporale molto lungo, dal 2002 al 2026, e mostra due serie: la crescita delle retribuzioni nel settore privato (linea verde scura, asse sinistro in percentuale 3m/yr, con valori da -2 a 10) e il rapporto tra posti vacanti e disoccupati (linea verde chiara, asse destro, da 0,0 a 1,0). Si nota un picco molto pronunciato intorno al 2021-2022 per entrambe le serie, con le retribuzioni private che hanno toccato quasi il 10% e il rapporto vacancies/disoccupati vicino a 1,0. Entrambe le curve sono poi in netto calo verso il 2025-2026, con i salari che scendono verso il 3-4% e il rapporto che si ridimensiona.
Implicazione: Il grafico mostra che il mercato del lavoro britannico si sta normalizzando dopo la fase di surriscaldamento post-pandemica. Meno posti vacanti rispetto ai disoccupati significa meno potere contrattuale per i lavoratori, e quindi meno pressione sui salari. Per la Banca d'Inghilterra, che monitora molto da vicino la crescita salariale nel settore privato come indicatore di inflazione strutturale, questo trend è una buona notizia: suggerisce che non ci sia bisogno di alzare ulteriormente i tassi per raffreddare il mercato del lavoro.
Drop in motor fuel prices to drive an overall moderation in UK inflation in June
Drop in motor fuel prices to drive an overall moderation in UK inflation in June
Cosa mostra: Il grafico copre il periodo dal 2024 al 2029 (proiezioni incluse) e mostra due serie: il prezzo del gas naturale nel Regno Unito e i futures (linea verde, asse sinistro in sterline per therm, con valori da 0,2 a 1,4) e il contributo del settore elettricità e gas all'indice CPI britannico (linea tratteggiata, asse destro in punti percentuali, da -1,50 a +0,50). Si osserva un picco del prezzo del gas intorno al 2024-2025 e poi una proiezione discendente, mentre il contributo energetico all'inflazione segue un andamento speculare, fortemente negativo nel 2025 (intorno a -1,50 punti percentuali) e in recupero verso valori meno negativi nel 2026-2027.
Implicazione: Questo grafico spiega visivamente perché l'inflazione britannica sta risalendo: il contributo negativo del calo dei prezzi energetici che aveva tenuto bassa l'inflazione nel 2025 si sta esaurendo, e con l'aumento del price cap Ofgem di luglio il contributo energetico tornerà positivo. Per gli investitori, questo significa che l'aumento dell'inflazione headline nelle prossime settimane è prevedibile e già incorporato nelle previsioni, il che riduce il rischio di sorprese negative sul mercato obbligazionario britannico.
PMIs have generally understated UK GDP growth of late
PMIs have generally understated UK GDP growth of late
Cosa mostra: Il grafico copre il periodo dal 2018 al 2026 e sovrappone due serie: la crescita trimestrale del PIL britannico in percentuale (barre verde scuro, asse sinistro da -2,5% a +1,5%) e il PMI composito del Regno Unito (linea verde chiara, asse destro da 35 a 60, con la soglia del 50 che separa espansione da contrazione). Si vede chiaramente il crollo del PIL durante il 2020 (con barre molto negative, fino a circa -2,5%) e il successivo rimbalzo. Negli ultimi anni, le barre del PIL sono positive ma modeste (intorno a 0,4-0,5%), mentre il PMI composito oscilla intorno a 51-52, suggerendo espansione ma a ritmo contenuto.
Implicazione: Il titolo del grafico dice tutto: i PMI hanno recentemente sottostimato la crescita reale del PIL britannico, cioè l'economia è andata meglio di quanto i sondaggi tra le imprese lasciassero intuire. Per chi investe, questo è un elemento di cautela nell'interpretare i PMI come indicatori assoluti: un PMI sopra 50 ma in calo non significa necessariamente recessione imminente. Il Composite PMI di agosto atteso a 51,0 (Lloyds) o 51,5 (consensus) va letto in questo contesto, come un segnale di crescita moderata ma resiliente.