Il dollaro americano è attualmente sostenuto da tre motori principali: il boom degli investimenti in intelligenza artificiale, che attira capitali dall'estero negli Stati Uniti; una crescita economica americana superiore a quella degli altri paesi del G10; e un'inflazione persistente che spinge i mercati ad aspettarsi ulteriori aumenti dei tassi da parte della Federal Reserve (la banca centrale americana). Tuttavia, Crédit Agricole avverte che molti di questi elementi positivi sono già 'priced in', cioè già scontati nelle quotazioni attuali del dollaro, il che limita il potenziale di ulteriore apprezzamento. La metafora del 'USD smile' (il sorriso del dollaro) è uno strumento analitico classico: il dollaro si rafforza agli estremi, cioè quando l'America cresce molto meglio degli altri oppure quando c'è paura globale e tutti cercano rifugio, ma si indebolisce nella fase intermedia di crescita sincronizzata mondiale. Oggi questo sorriso si sta appiattendo: i flussi di capitale che entrano negli Stati Uniti puntano soprattutto sulle azioni e non più sui titoli di stato americani (Treasury), il che riduce l'attrattiva del dollaro come valuta rifugio in caso di crisi. In parallelo, i timori sulla sostenibilità del debito pubblico americano e il rischio che il dollaro venga 'usato come arma' nelle dispute geopolitiche alimentano le tendenze di de-dollarizzazione, cioè la progressiva riduzione dell'uso del dollaro nelle transazioni internazionali.
L'euro è descritto come il 'danno collaterale' dei rischi geopolitici globali: la guerra in Iran ha fatto salire i prezzi dell'energia, che pesano più sull'Europa che sugli Stati Uniti, e le tensioni commerciali penalizzano le esportazioni europee. Le previsioni indicano EUR/USD a 1.14 a fine settembre 2026, con un recupero atteso solo nel 2027 verso 1.17. Lo yen giapponese (JPY) rimane sotto pressione perché la Banca del Giappone aumenta i tassi troppo lentamente rispetto ad altre banche centrali, rendendolo una valuta 'carry funder' (moneta che si prende in prestito a basso costo per investire altrove): il tetto di 164 USD/JPY è stato raggiunto grazie a interventi record della banca centrale giapponese. La sterlina britannica (GBP) è vulnerabile per via dei rischi di stagflazione (crescita bassa unita a inflazione alta) e delle incertezze politiche nel Regno Unito. Sul fronte delle valute legate alle materie prime, il dollaro australiano (AUD) beneficia dei tassi elevati mantenuti dalla Reserve Bank of Australia, e la corona norvegese (NOK) è sostenuta dai prezzi energetici. Il franco svizzero (CHF) rimane una valuta rifugio privilegiata grazie alla solidità della sua banca centrale.
L'oro viene definito 'il principale asset rifugio messo alla prova', con previsioni di prezzo che passano da 4.500 dollari per oncia a fine settembre 2026 fino a 5.500 dollari entro dicembre 2027: una traiettoria ascendente molto decisa che riflette la domanda di protezione contro la svalutazione delle valute e l'incertezza geopolitica. I carry trade valutari (strategie che consistono nel prendere in prestito in valute a basso tasso di interesse, come yen o franco svizzero, e investire in valute ad alto rendimento, come dollaro australiano o corona norvegese) sono tornati a essere uno dei driver principali dei mercati FX, con performance ai massimi storici. Secondo la scorecard del report, le valute meglio posizionate in questo momento sono la corona svedese (SEK, prima in classifica generale), il dollaro canadese (CAD, secondo) e il dollaro australiano (AUD, terzo), mentre l'euro risulta ultimo tra le valute del G10 per attrattiva complessiva. La guerra in Iran non ha avuto un impatto duraturo sui prezzi del petrolio, che dopo un picco iniziale sono rientrati, ma ha comunque pesato sulla fiducia delle imprese (misurata dai PMI, indici che segnalano se il settore manifatturiero sta espandendosi o contraendosi).
Il report identifica due scenari di rischio opposti per il dollaro. Da un lato, se la Federal Reserve dovesse assumere un atteggiamento ancora più restrittivo (aumentando i tassi più del previsto) e l'avversione al rischio globale aumentasse, il dollaro si rafforzerebbe ulteriormente su tutte le valute. Dall'altro lato, se i timori sulla dominanza fiscale (cioè la paura che il debito pubblico americano costringa la Fed a mantenere tassi più bassi di quanto vorrebbe, perdendo indipendenza) e la de-dollarizzazione accelerassero, il dollaro potrebbe indebolirsi in modo diffuso. Per l'area euro, un segnale positivo potrebbe arrivare dagli stimoli fiscali europei: il piano di difesa tedesco da 500 miliardi di euro e il piano di infrastrutture da ulteriori 500 miliardi potrebbero beneficiare settori come banche, industria e costruzioni, con effetti positivi sull'euro nel medio termine. Il dollaro neozelandese (NZD) affronta rischi specifici legati al fenomeno climatico El Nino, che minaccia la produzione agricola e le esportazioni del paese, fattore già parzialmente incorporato nelle quotazioni attuali.
Le previsioni di Crédit Agricole delineano un percorso di graduale indebolimento del dollaro nel corso del 2027, dopo una fase di relativa stabilità fino a fine 2026. USD/JPY dovrebbe scendere da 162-163 attuali verso 156 entro fine 2027, man mano che la Banca del Giappone accelera i rialzi. EUR/USD dovrebbe rimanere intorno a 1.13-1.14 per tutto il 2026 e poi salire verso 1.17 nel 2027. Il dollaro canadese (CAD) e la corona norvegese (NOK) mostrano un trend di recupero, con USD/CAD previsto in discesa da 1.40 a 1.32 e USD/NOK da 9.55 a 8.70 nell'arco di un anno. L'oro rimane la scommessa di lungo periodo più convinta del report: il target a 5.500 dollari per oncia entro dicembre 2027 rappresenta un potenziale di apprezzamento del 22% rispetto al livello di settembre 2026, alimentato dalla combinazione di de-dollarizzazione, incertezze fiscali americane e domanda di asset rifugio in un contesto geopolitico teso.
Il quadro delineato da Crédit Agricole suggerisce che il dollaro rimarrà forte nel breve termine ma con un potenziale di apprezzamento sempre più limitato, poiché i fattori positivi (tassi alti, crescita superiore, boom AI) sono già riflessi nelle quotazioni attuali. Chi detiene asset in euro deve aspettarsi una valuta ancora debole almeno per tutto il 2026, penalizzata dai prezzi energetici elevati e dalla debolezza dell'industria manifatturiera, con un recupero significativo atteso solo nel 2027. L'oro si conferma la scommessa di lungo periodo più convincente del report, con un obiettivo a 5.500 dollari per oncia entro fine 2027, sostenuto dalla de-dollarizzazione e dalle incertezze fiscali globali. Nelle prossime settimane conviene monitorare i segnali dalla Federal Reserve (qualsiasi indicazione di una pausa nei rialzi dei tassi indebolirebbe il dollaro rapidamente), i dati sull'inflazione in Australia e Norvegia (che potrebbero rafforzare ulteriormente AUD e NOK) e l'evoluzione dei flussi di capitale verso i Treasury americani, che restano il termometro più affidabile della fiducia globale nel dollaro come valuta rifugio.