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REPORT DEL GIORNO  ·  2026-09-13
THINK Ahead: We're forecasting fewer rate hikes than markets. Could we be wrong?
ING THINK Economic and Financial Analysis James Smith, James Knightley 11 settembre 2026 Banche Centrali Rilevanza Alta
BCEFedtassi di interesseinflazione
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MESSAGGIO CHIAVE

I mercati finanziari si aspettano che le banche centrali alzino i tassi di interesse molte altre volte e non li taglino mai, ma ING non è convinta: i dati sull'inflazione e sui salari non giustificano uno scenario così aggressivo. La vera domanda è se lo shock inflazionistico sia semplicemente in ritardo oppure se il livello 'neutro' dei tassi, cioè quello che non frena né stimola l'economia, si sia strutturalmente alzato. Per ora, ING vede questo scenario come possibile ma non probabile, e lo spiega con onestà intellettuale.

Analisi Approfondita
Il quadro generale: la sorpresa della BCE e il disaccordo con i mercati

La BCE ha sorpreso i mercati con una comunicazione molto aggressiva (in gergo: 'hawkish', cioè orientata ad alzare i tassi), tanto che i tassi swap a due anni, uno strumento finanziario che misura le aspettative sui rialzi futuri, sono saliti bruscamente dopo la riunione di settembre. La presidente Christine Lagarde ha lasciato aperta la porta a un ulteriore rialzo già a ottobre, senza cogliere nessuna delle occasioni disponibili per smorzare le attese del mercato. ING non era preparata a una mossa così decisa: con i mercati che già prezzavano due rialzi aggiuntivi oltre settembre, la scelta della BCE di alimentare ulteriormente le aspettative è apparsa sorprendente. Al momento, i mercati scontano quattro rialzi aggiuntivi dalla BCE e altrettanti dalla Bank of England, con il tasso sui depositi BCE atteso al 3,5% tra un anno e stabile per almeno quattro anni. ING ritiene questo scenario eccessivo e spiega, con trasparenza, perché potrebbe però avere torto.

Il rischio principale: uno shock inflazionistico ancora in arrivo

Il primo argomento per cui ING potrebbe sbagliarsi è che lo shock inflazionistico non sia ancora finito, ma solo in ritardo. Gli economisti sanno bene che un rialzo dei prezzi energetici impiega tra 12 e 18 mesi per propagarsi completamente nell'economia, e il ciclo attuale non fa eccezione. Finora alcune categorie come il cibo e i beni energetici hanno mostrato pressioni meno forti del previsto, ma questo potrebbe semplicemente riflettere una migliore preparazione delle aziende: le compagnie aeree europee erano ben coperte con strumenti di copertura del rischio (gli 'hedge'), e le scorte di fertilizzanti erano state accumulate prima delle nuove tasse sulle emissioni. Questi cuscinetti, però, non durano per sempre, e la pressione sui margini aziendali è destinata a crescere. C'è anche un rischio legato alle indagini aziendali: le imprese tendono a sottostimare il proprio potere di fissare i prezzi, e i prezzi realizzati finiscono spesso per essere più alti di quelli dichiarati nelle intenzioni. Se le aziende trasferissero i maggiori costi energetici sui consumatori in modo più deciso, l'inflazione potrebbe sorprendere al rialzo.

Il mercato del lavoro: il nodo centrale della questione

Anche se le aziende aumentassero i prezzi, qualcuno deve pagare il conto, e ING ritiene che il punto di arrivo sia sempre il mercato del lavoro. Oggi i lavoratori non hanno lo stesso potere contrattuale del 2022, quando la ripresa post-pandemica aveva creato una forte domanda di personale. La crescita salariale appare relativamente contenuta nella maggior parte delle grandi economie, un segnale che le pressioni inflazionistiche 'da salari' sono limitate. Esiste però un argomento crescentemente popolare tra i banchieri centrali: la crescita della forza lavoro si è rallentata strutturalmente a causa del calo dell'immigrazione e dell'invecchiamento della popolazione, il che significa che anche piccoli aumenti dell'occupazione possono ridurre lo 'slack' (cioè la capacità inutilizzata dell'economia) e generare inflazione più in fretta che in passato. Negli USA, i dati di agosto sul mercato del lavoro hanno mostrato numeri sorprendentemente forti, alimentando questa tesi. ING rimane scettica, ma riconosce che se questa lettura strutturale del mercato del lavoro è corretta, le banche centrali avrebbero buone ragioni per alzare i tassi più di quanto previsto.

Il tasso neutro: il concetto chiave che nessuno conosce davvero

Al cuore del dibattito c'è il concetto di 'tasso neutro', cioè il livello dei tassi di interesse che non stimola né frena l'economia: se i tassi reali sono sotto questo livello, la politica monetaria è 'accomodante' e tende ad alimentare la crescita e l'inflazione. I mercati sembrano credere che questo tasso sia salito strutturalmente, il che giustificherebbe tassi BCE al 3,5% per anni senza mai scendere. Lagarde stessa ha ammesso di non sapere esattamente dove si trovi questo livello, pur avendo in passato indicato una forchetta tra 1,75% e 2,5% in termini nominali. Un eventuale ulteriore rialzo porterebbe i tassi oltre quella soglia, il che rende alcuni economisti di ING scettici sulla reale probabilità di ulteriori mosse. Gli argomenti a favore di un tasso neutro più alto esistono: la spesa militare europea è in crescita, gli investimenti in infrastrutture tedesche mostrano segnali di ripresa, e soprattutto il boom degli investimenti nell'intelligenza artificiale (data center, infrastrutture energetiche) crea una domanda enorme di capitali, e più domanda di capitale significa tendenzialmente un costo del capitale più elevato, cioè tassi strutturalmente più alti. Questo è considerato l'argomento più forte a favore di tassi 'alti per sempre', ma ING ritiene che sia convincente soprattutto per gli USA, molto meno per l'Europa.

Cosa aspettarsi nelle prossime settimane: i dati e le decisioni chiave

La settimana successiva alla pubblicazione del report è densa di eventi rilevanti per i mercati. Negli USA, la decisione della Federal Reserve è il momento clou: dopo le dichiarazioni hawkish del presidente Fed Kevin Warsh a Jackson Hole (il simposio annuale dei banchieri centrali), la probabilità di un rialzo è salita al 90% secondo i mercati, e ING ora si aspetta che avvenga, ma lo vede come un aggiustamento una tantum simile al singolo rialzo del 1997 sotto Greenspan, non come l'inizio di un nuovo ciclo. In Canada, l'inflazione dovrebbe superare il 3% per effetto dei prezzi energetici, ma ING non si aspetta un rialzo dalla Banca del Canada quest'anno. Nel Regno Unito, i dati sul lavoro mostrano un mercato ancora debole con la crescita salariale intorno al 3%, compatibile con il target della Bank of England, e per la decisione di giovedì ING prevede un voto 6-3 per mantenere i tassi invariati. La pressione sui prezzi dell'energia è reale e in crescita, ma gli effetti secondari (il cosiddetto 'second-round effect', cioè la trasmissione dei costi energetici a tutti gli altri prezzi) sembrano al momento trascurabili.

Implicazioni per i Mercati

Il principale asset da monitorare sono i titoli di stato europei e americani (i cosiddetti 'bond'), il cui rendimento (yield) sale quando i mercati si aspettano tassi più alti per più a lungo: se la tesi dei mercati è corretta e i tassi rimarranno al 3,5% o oltre per anni, i prezzi delle obbligazioni resteranno sotto pressione. L'euro potrebbe ricevere supporto da aspettative di tassi BCE più elevati, mentre la sterlina britannica dipenderà molto dalla decisione della Bank of England giovedì. L'oro e gli asset rischiosi come le azioni tendono a soffrire in un contesto di tassi alti e inflazione persistente, ma potrebbero rimbalzare se i dati confermassero la visione più cauta di ING. Nelle prossime settimane, le pubblicazioni più importanti da seguire sono: l'inflazione negli USA, la decisione Fed di mercoledì, i dati sul lavoro UK martedì e la decisione Bank of England giovedì, perché insieme disegneranno il quadro reale entro cui si muoveranno le banche centrali.

Grafici del Report
Eurozone inflation (YoY%) - There's little sign of broader inflationary pressures in Europe, yet
Eurozone inflation (YoY%) - There's little sign of broader inflationary pressures in Europe, yet
Cosa mostra: Il grafico mostra l'inflazione nell'Eurozona in variazione annua dal 2019 al 2026, con due curve distinte: in arancione le componenti sensibili all'energia secondo la definizione BCE (scala di sinistra, da circa -2% a oltre 8%), e in azzurro l'inflazione energetica con un anticipo di sei mesi (scala di destra, da circa -20% a oltre 40%). Si vede chiaramente un picco enorme intorno al 2022-2023 per entrambe le serie, seguito da una discesa significativa, con i valori più recenti (2025-2026) che mostrano le componenti sensibili all'energia stabilizzate intorno al 3-4% e l'inflazione energetica che risale leggermente verso lo zero.
Implicazione: Il grafico mostra che il grande shock inflazionistico del 2022 si è già in buona parte riassorbito, e le pressioni più ampie sull'inflazione in Europa non mostrano ancora segnali di un'ulteriore accelerazione. Tuttavia, la curva dell'energia con anticipo di sei mesi, che tende ad anticipare i movimenti futuri delle componenti sensibili, suggerisce che potrebbero esserci nuove pressioni in arrivo. Chi investe in obbligazioni o monitora i tassi dovrebbe tenere d'occhio questa dinamica: se l'energia risale, potrebbe spingere al rialzo anche l'inflazione più ampia nei prossimi mesi, dando ragione ai mercati che scommettono su ulteriori rialzi BCE.