| Data | Paese | Indicatore | Impatto | Attuale | Stima | Prec. | Esito |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 Lug | 🇪🇺 | HICP Eurozona (Giu, flash) | 2.8% | – | 3.2% | In discesa | |
| 1 Lug | 🇺🇸 | ISM Manifatturiero (Giu) | 53.3 | – | 54.0 | Miss | |
| 2 Lug | 🇺🇸 | NFP (Giu) + Disoccupazione | +57K / 4.2% | +115K | +129K / 4.3% | Miss | |
| 9 Lug | 🇺🇸 | Richieste iniziali sussidi (sett. 4 lug) | 217k | – | 217k | In linea | |
| 14 Lug | 🇺🇸 | CPI (Giu) headline / core | 3.5% / 2.6% | 3.8% / 2.8% | 4.2% / 2.9% | Sotto stima | |
| 15 Lug | 🇨🇳 | PIL Q2 2026 | +4.3% | +4.5% | +5.0% | Miss | |
| 16 Lug | 🇺🇸 | Vendite al dettaglio (Giu) | +0.2% m/m | – | +1.0% m/m | In rallentamento | |
| 17 Lug | 🇪🇺 | HICP Eurozona (Giu, finale) | 2.8% / core 2.4% | 2.8% | 3.2% / core 2.6% | Confermato | |
| 22 Lug | 🇬🇧 | CPI (Giu) UK | 2.6% | – | 2.8% | In discesa | |
| 23 Lug | 🇪🇺 | BCE: decisione sui tassi | Invariati | Invariati | Dep. 2.25% | In linea | |
| 23 Lug | 🇺🇸 | Richieste iniziali sussidi (sett. 18 lug) | 187k | – | 209k | Minimo del ciclo | |
| 24 Lug | 🇯🇵 | CPI (Giu) Giappone | 1.7% | – | 1.5% | In risalita | |
| 29 Lug | 🇺🇸 | FOMC: decisione sui tassi | – | Invariato (rialzo ~36%) | 3.63% | Da uscire | |
| 30 Lug | 🇺🇸 | PIL Q2 (avanzata) + Core PCE (Giu) | – | – | +2.1% SAAR / 3.4% | Da uscire | |
| 30 Lug | 🇬🇧 | BoE: decisione sui tassi | – | Hold 3.75% (~86%) | 3.75% | Da uscire | |
| 31 Lug | 🇯🇵 | BOJ: decisione sui tassi | – | Hold 1.00% | 1.00% | Da uscire | |
| 31 Lug | 🇪🇺 | HICP Eurozona (Lug, flash) | – | – | 2.8% | Da uscire |
Il fatto tecnico di luglio è che la curva americana si è spostata in alto su tutte le scadenze nella settimana del petrolio, e lo ha fatto guidata dalla parte breve. Il due anni, che è il tratto più sensibile alle attese sulla Fed, è salito di 21 punti base in cinque sedute: quando la parte breve corre più della lunga in risposta a uno shock di offerta, il mercato non sta scontando più crescita, sta scontando una banca centrale costretta a restare ferma o a stringere. Lo spread dieci meno due anni resta positivo ma sottile, intorno ai 36 punti base. Le aspettative di inflazione implicite a dieci anni sono salite solo al 2,26%, un livello che dice che il mercato considera lo shock energetico serio nel breve ma non ancora capace di disancorare le attese di lungo periodo: è la differenza fra un problema di prezzo relativo e un problema di regime. L'azionario ha assorbito il colpo in modo ordinato, con l'S&P 500 in calo di poco più di mezzo punto sulla settimana e il Nasdaq 100 più penalizzato, come è logico quando i tassi reali salgono e i multipli sulla crescita si comprimono. Il credito non ha dato segnali di stress, con lo spread high yield praticamente fermo. Il vero movimento resta valutario e riguarda lo yen, che ha rotto quota 163 contro dollaro portandosi ai livelli del 1986: con la BOJ all'1,00% e il due anni americano al 4,37%, il differenziale continua a lavorare contro la valuta giapponese e mantiene alto il rischio di un intervento delle autorità di Tokyo.
| Paese | GDP Trend | Inflazione | Bias Banca Centrale | FX vs USD | Equity | Outlook |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 🇺🇸 USA | ↗ Resiliente | 4.2% · Shock energetico | Pausa hawkish | DXY Forte | Bullish Mfg | Prudente |
| 🇩🇪 Germania | ↘ Stagnazione | 3.0% · In risalita | ECB in rialzo | EUR sotto pressione | Laterale | Neutro |
| 🇫🇷 Francia | = Debole | 2.8% · In risalita | ECB in rialzo | EUR sotto pressione | Misto | Neutro |
| 🇮🇹 Italia | ↗ Moderata | 2.5% · In risalita | ECB in rialzo | EUR sotto pressione | Prudente | Neutro |
| 🇬🇧 UK | ↘ Rallentamento | 2.8% · Stabile | BOE Attesa (7-2) | GBP stabile | Misto | Neutro |
| 🇯🇵 Giappone | = Debole | 1.5% · Sotto target | BOJ · In attesa | JPY debole | Laterale | Neutro |
| 🇨🇳 Cina | ↘ Lenta | 1.2% · In ripresa | PBOC · Accomodante | CNY pressione | Volatile | Cauto |
| 🇦🇺 Australia | = Moderata | 3.4% · Stabile | RBA Pausa | AUD rimbalzo | Commodity play | Prudente |
Lettura di luglio 2026 per Stati Uniti, Eurozona, Regno Unito e Asia: cosa hanno detto i dati, cosa ne fa la banca centrale, cosa significa per le asset class. Clicca su un'area per aprirla.
Il mese americano si divide in due metà che raccontano storie opposte. Nella prima, il CPI di giugno pubblicato il 14 luglio ha sorpreso al ribasso su entrambe le componenti: headline al 3,5% annuo contro il 3,8% atteso, in netto calo dal 4,2% di maggio, e core al 2,6% contro il 2,8% del consenso. Il dettaglio importante è mensile: l'indice è sceso dello 0,4% dopo il +0,5% di maggio, e il motore è stato il -5,7% della componente energetica. Tradotto: la disinflazione di giugno è arrivata quasi tutta dal petrolio, non da un raffreddamento della domanda interna. Questo rende il numero fragile per costruzione, perché lo stesso canale può invertirsi in qualsiasi momento, ed è esattamente quello che è successo nella seconda metà del mese. Sul mercato del lavoro il quadro è più chiaro e più preoccupante: il NFP di giugno si è fermato a +57k contro un consenso di +115k, e le revisioni hanno tolto 31k ad aprile e 43k a maggio, per un totale di 74k in meno rispetto a quanto era stato comunicato. Il tasso di disoccupazione è scivolato dal 4,3% al 4,2%, ma il tasso di partecipazione è caduto di tre decimi al 61,5%, il livello più basso da marzo 2021: la disoccupazione è scesa perché si è ristretta la forza lavoro, non perché sia migliorata l'occupazione. La composizione settoriale conferma la debolezza, con il tempo libero e la ristorazione a -61k per un'assunzione stagionale sotto media, mentre servizi professionali (+36k), assistenza sociale (+25k) e sanità (+22k) hanno tenuto. Il salario orario medio è cresciuto dello 0,3% mensile a 37,64 dollari. Il paradosso è che le richieste iniziali di sussidi sono al minimo del ciclo, 187k nella settimana al 18 luglio: le aziende non licenziano, hanno semplicemente smesso di assumere, che è il profilo tipico di un mercato del lavoro che si congela invece di rompersi. Sul ciclo reale, l'ISM manifatturiero di giugno resta in espansione per il sesto mese a 53,3 ma rallenta dal 54,0, con i nuovi ordini a 56,0 dal 56,8. I consumi hanno dimezzato il passo, con vendite al dettaglio di giugno a +0,2% mensile dal +1,0% di maggio, mentre la produzione industriale è quasi piatta e l'edilizia residenziale ha rimbalzato del 19% mensile a 1,427 milioni di cantieri avviati. Il PIL del primo trimestre resta a +2,1% annualizzato e la prima stima del secondo arriva il 30 luglio. Da qui la posizione difficile della Fed alla riunione del 28-29 luglio: crescita che rallenta, occupazione che si ferma, inflazione realizzata in discesa, ma un nuovo shock di offerta energetica che rimette in gioco i prezzi. La probabilità implicita di un rialzo è passata da circa l'11% del 15 luglio a oltre un terzo, e con il PPI ancora al 5,5% annuo il canale dei costi alla produzione non è chiuso.
L'area euro arriva a fine luglio con la migliore combinazione dei quattro blocchi analizzati, ma è una posizione più fragile di quanto i numeri suggeriscano. L'HICP di giugno ha segnato il 2,8% annuo, la prima discesa dell'anno dal 3,2% di maggio, e il dato finale del 17 luglio ha confermato la stima flash. La composizione è quella giusta: il core è scivolato dal 2,6% al 2,4%, gli alimentari dall'1,9% all'1,5%, e soprattutto l'energia ha decelerato dal 10,8% all'8,5%. Il problema è che quel raffreddamento energetico è stato misurato prima che il Brent superasse i 100 dollari, quindi la stima flash di luglio prevista per il 31 è il primo numero che conterà davvero. La BCE ha lasciato tutti e tre i tassi invariati nella riunione del 23 luglio: deposito al 2,25%, rifinanziamento principale al 2,40%, marginale al 2,65%. Il punto politicamente rilevante è come Lagarde ha inquadrato il rialzo di giugno: non una mossa assicurativa, ma la risposta a un problema di inflazione concreto, con il ritorno al target atteso solo verso la fine del 2027 e a condizione che la politica monetaria diventi più restrittiva. È una formulazione che tiene esplicitamente aperta l'opzione di un ulteriore rialzo a settembre e che sposta il peso della decisione sui dati energetici: la Banca ha dichiarato di monitorare non solo il greggio ma anche i crack spread di raffinazione e i prezzi del gas, che sono i canali attraverso cui uno shock petrolifero arriva davvero al consumatore europeo. Sul ciclo, la valutazione ufficiale è di un miglioramento dell'attività nel secondo trimestre, con i servizi che hanno parzialmente recuperato e il manifatturiero che ha tenuto nonostante il vento contrario del conflitto in Medio Oriente, ma gli indicatori anticipatori indicano una crescita che resta modesta nel breve. La disoccupazione era al 6,2% a maggio. Il decennale tedesco ha chiuso giugno al 2,97%, in calo dal 3,05% di maggio, un movimento che va contro quello dei Treasury e che riflette una BCE percepita come più vicina alla fine del ciclo rispetto alla Fed. La stima flash del PIL del secondo trimestre esce il 30 luglio e verrà aggiornata il 14 agosto.
Il dato britannico del 22 luglio è il più incoraggiante da oltre un anno, ma va letto per componenti perché la testa e il corpo dell'inflazione stanno andando in direzioni diverse. Il CPI di giugno è scivolato al 2,6% annuo dal 2,8% di maggio, il livello più basso da marzo 2025, e il CPIH si è fermato al 2,8%. Il motore della discesa è tutto nei trasporti, decelerati dal 6,8% al 5,7%: il diesel medio è calato di 10,7 penny al litro fra maggio e giugno arrivando a 176,4 penny, la benzina di 2,1 penny a 155,3. Gli alimentari hanno contribuito con un rallentamento dal 2,2% all'1,7%, il minimo da agosto 2024, trascinato da zucchero, marmellate, sciroppi e cioccolato. Il problema è che entrambi i motori della disinflazione sono componenti volatili e almeno uno, i carburanti, è già stato ribaltato dal balzo del greggio della settimana successiva alla pubblicazione. Sotto la superficie l'inflazione dei servizi resta al 3,6% e il core al 2,6%: è la parte persistente, quella legata a salari e affitti, ed è la ragione per cui il Monetary Policy Committee non può accelerare sui tagli anche in presenza di un headline vicino al target. La riunione del 30 luglio arriva quindi con un mandato ambiguo. Il mercato prezza un mantenimento del Bank Rate al 3,75% con probabilità intorno all'86% e un rialzo a 4,00% al 14%, ma il precedente conta: nella riunione conclusa il 17 giugno il voto è stato 7-2, con due membri che chiedevano già allora un rialzo di 25 punti base. Con il petrolio sopra i 100 dollari quei due voti sono la posizione più difendibile, non la più eccentrica, e un CPI headline in discesa non basta a spostare chi guarda ai servizi. Sul fronte reale il quadro è meno solido: il tasso di disoccupazione è risalito al 5,0% nel dato di febbraio, l'ultimo confrontabile della serie, con il numero di disoccupati a 1,806 milioni in aumento dal mese precedente. Il decennale ha chiuso giugno al 4,80%, in calo dal 4,94% di maggio. Per la sterlina il punto di attenzione è la reazione al comunicato del 30: un mantenimento con voto ancora spaccato, o con un terzo falco, sarebbe più rialzista per il cambio della decisione in sé.
Il blocco asiatico presenta i due problemi strutturali più grandi del quadro globale. La Cina ha pubblicato il 15 luglio un PIL del secondo trimestre a +4,3% annuo contro un consenso di +4,5%, il ritmo più lento da tre anni e in decelerazione dal +5,0% del primo trimestre. Il semestre chiude a +4,7%, tecnicamente dentro l'obiettivo ufficiale del 4,5-5%, ma la composizione è il vero problema: gli investimenti fissi sono scesi del 5,7% nel primo semestre contro un calo atteso del 4,9%, e l'immobiliare ha perso il 18%. Un'economia che cresce al 4,3% con l'edilizia in contrazione a doppia cifra sta sostituendo domanda interna con produzione per l'export, ed è esattamente quello che si vede nei dati mensili di giugno: la produzione industriale ha battuto le attese a +5,3% annuo contro +4,7%, mentre le vendite al dettaglio sono risalite di appena l'1,0% dopo il -0,6% di maggio. La disoccupazione urbana è al 5,0%. Per le commodity e per le valute correlate il messaggio è ambivalente: la domanda industriale tiene, quella finale no, e questo mantiene sotto pressione dollaro australiano e neozelandese, con l'AUD/USD intorno a 0,6985 e lo yuan a 6,776 per dollaro. Il Giappone racconta il caso opposto: una banca centrale che ha finalmente normalizzato e una valuta che non ne beneficia. La BOJ ha alzato il tasso di riferimento all'1,00% il 16 giugno, il livello più alto dal 1995, e il CPI di giugno pubblicato il 24 luglio è risalito all'1,7% annuo dall'1,5%, con il core all'1,6% dall'1,4%, il valore più alto da dicembre. La risalita è arrivata dal petrolio, non dalla domanda interna, e questo è il nodo per la riunione del 30-31 luglio: la BOJ è attesa ferma, con una probabile revisione al rialzo delle stime di crescita nel rapporto trimestrale grazie alla domanda globale legata all'intelligenza artificiale, ma non ha argomenti per stringere di nuovo su un'inflazione ancora sotto il target del 2% e generata da un canale che non controlla. Il risultato è che lo yen ha rotto quota 163 contro dollaro il 22 luglio, ai livelli del 1986, dopo aver passato la maggior parte di luglio sopra 162, che diversi operatori considerano la soglia di intervento delle autorità di Tokyo. Il meccanismo è aritmetico: con il due anni americano al 4,37% e il tasso giapponese all'1,00%, il differenziale resta abbastanza ampio da rendere il carry trade profittevole nonostante il rialzo di giugno. Il rischio da monitorare è un intervento verbale o effettivo del Ministero delle Finanze, che storicamente produce movimenti violenti e un parziale smontaggio delle posizioni corte sullo yen, con effetti che si propagano alla volatilità globale.